Ricordo ancora quella fredda sera della Vigilia dei primi anni Ottanta nell’Alta Padovana, quando avevo 5 o 6 anni, ed era rito preparare il presepe in casa, con l’aiuto del papà, mentre la cucina economica scoppiettava e il profumo di noce moscata nella besciamella s’alzava con mia madre e mia sorella che preparavano strato dopo strato il pasticcio .  Il presepe cresceva con pastori, strade, muschio, ruscelli,  case e montagne realizzate con la corteccia d’albero, statuine in gesso; e ancora luci e fondale di stelle. Ero ogni anno così felice nel ricreare un  paesaggio diverso che avesse reso il presepe ancora più speciale.

Il presepe è una ricchissima presentazione di simboli, alcuni provenienti dai racconti evangelici (come la mangiatoia, gli angeli nel cielo, l’adorazione dei pastori), mentre molti particolari scenografici e dei personaggi derivano dai Vangeli apocrifi e da altre tradizioni. Ad esempio, il bue e l’asinello derivano dal proto-vangelo di Giacomo e da un’antica profezia di Isaia che scrive “Il bue ha riconosciuto il suo proprietario e l’asino la greppia del suo padrone“. Sebbene Isaia non si riferisse alla nascita del Cristo, l’immagine dei due animali venne utilizzata comunque come simbolo degli ebrei (rappresentati dal bue) e dei pagani (rappresentati dall’asino).

Il presepe ci narra di accoglienze mancate, di povertà, di disagio. Contemplare il presepe vuol dire anzitutto pensare ai tanti uomini e donne che con bimbi a seguito si spostano nel mondo per tante ragioni e si scontrano con frontiere chiuse ed espulsioni.

Un secondo elemento colpisce: l’umiltà del luogo ed il suo essere periferico. Una stalla in una città assolutamente non importante. Il presepe ci mostra la storia della gente umile e semplice che lotta per trovare dignità.

Da un lato c’è la storia fatta dai potenti che indicono censimenti, fanno leggi, decidono le sorti di tanti e dall’altra la folla anonima che si barcamena per sopravvivere in mezzo a tante avversità.

Penso al presepe  e la mente mi va al film “l’uomo che verrà”. La pellicola è tratta da una storia vera, la strage di Marzabotto, in piena seconda guerra mondiale. Centinaia di morti, un intero paese distrutto, ma il superstite è un neonato, salvato dalla sorellina di otto anni, anche lei tra i pochi scampati di quella carneficina.

Il presepe è inno alla vita e ci racconta che nella fragilità del cucciolo d’uomo sta il futuro del mondo e il compito di custodire le nuove vite è per tutti una responsabilità.

Bisogna continuare a fare il presepe. Il presepe è la vita degli uomini.

stefano zaramella

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