Era la decima volta che provava a entrare nella grotta; ed era la decima volta che veniva respinta indietro.

Stefania cercò di intrufolarsi. Supplicò fino alle lacrime, ma erano tutti irremovibili. Le ripeterono fino alla nausea che no, lei non poteva entrare: non era bene per il bambino; non era bene per la madre. Lei, una misera peccatrice che Dio aveva voluto punire col flagello della sterilità, non aveva nemmeno il diritto di sperare di potersi avvicinare a un Bambino così speciale.

Stefania allora si allontanò furiosamente a grandi passi, con gli occhi che le si facevano lucidi per la rabbia e per la frustrazione: era disposta a tollerare la gente di Betlemme che la additava come “la donna sterile” e la canzonava apertamente (erano tanti anni, ormai) ma non era disposta a tollerare questo.

Il giorno dopo Stefania voleva tentare di nuovo ad avvicinarsi al Bambino per porgere il suo saluto e l’idea le venne al pozzo, mentre aspettava il suo turno per attingere l’acqua. Davanti a lei, c’era una donna che aveva partorito da qualche mese e teneva il neonato stretto nelle sue braccia, appoggiato al seno, avvolto in un telo che lo ricopriva da capo a piedi, quasi a nasconderlo agli occhi di tutti, per proteggerlo dalle improvvise folate di vento e sabbia.

Fu così in quel momento, che architettò il suo piano. Tornò a casa sua e, strada facendo, prese un sasso: uno di quelli grossi, un piccolo macigno. Poi ne prese un altro e tornata a casa, li infilò in un grande sacco di tela.

Chiuse il sacco con uno spago, e provò a sollevarlo. Sentì i muscoli delle braccia che invocavano pietà, pesava tantissimo, ma il fagotto aveva proprio le dimensioni giuste di un neonato.

Prese allora uno dei suoi veli e ci avvolse il sacco. Si mise a sedere e posò il fagotto in grembo, studiando una posizione adatta e poi, quando fu certa di aver capito come doveva comportarsi per essere credibile, si fece forza. Rimettendosi in piedi, controllò che il fagottino fosse completamente avvolto dalla stoffa; poi fissò il suo velo in maniera tale che le coprisse naso e bocca. Era credibile, c’era un gran vento: nessuno l’avrebbe trovato strano. E nessuno avrebbe potuto riconoscerla guardandola in volto, soprattutto.

Nel bel mezzo di una tempesta di vento, la gente che era alla grotta si vide arrivare questa donna velata che cullava dolcemente un cosetto infagottato… e si limitò a sorridere, e a farle largo. E Stefania riuscì a entrare nella grotta, e sentì gli occhi che le si riempiano di lacrime: vide il Bambino che dormiva nella paglia, contemplò l’Onnipotente che si era fatto lattante, e sentì un groppo di commozione salirle in gola.

Stefania notò solo in quel momento che nella stalla assieme al Bambino, c’era giustamente anche la madre. Era una ragazzina molto giovane, seduta un po’ in disparte: sorrise a Stefania con un sorriso dolce ma un po’ stanco; quel sorriso tipico delle mamme che stanno curando un bimbo piccolo.

E dunque, la ragazza vestita d’azzurro guardò Stefania e le sorrise. “Oh, che piccolino! Quanto ha?”.

 “…’nghè”.

Stefania sussultò. Il fagotto le tirò un calcetto. Comprensibilmente, Stefania piantò un urlo.

La ragazza vestita di azzurro contemplò la scena con uno sguardo educatamente perplesso.

Il fagotto si mise a piangere.

Mentre sentiva il cuore batterle furiosamente, Stefania pensò che doveva essere impazzita: non c’era altra spiegazione. Il sacco riempito di sassi strillò con crescente irritazione e agitò gambe e braccia, col risultato di liberarsi dal velo che lo ricopriva. E quando Stefania abbassò lo sguardo, realizzò con misto di sorpresa e di terrore incredulo che, fra le sue braccia, si agitava senza ombra di dubbio un bel bambino.

Per poco non lo lasciò cadere per terra, tanto era sconvolta.

La ragazza vestita d’azzurro sbatté le palpebre, senza riuscire a mascherare un’espressione un po’ perplessa. “Forse vuol mangiare?”, azzardò timidamente.

Stefania non riuscì nemmeno a rispondere: si limitò a fissare quel bambino piovuto dal cielo, con aria allucinata.

Quanto al bimbo, lui puntò i suoi occhietti azzurri negli occhi sconvolti di Stefania: e per un istante, sembrò quasi che le sorridesse.

E poi, senza nemmeno farsi domande, Stefania si perse negli occhi di quel bimbo e istintivamente se lo strinse a sé, al seno.

E incominciò a cullarlo.

Si tratta chiaramente di una leggenda popolare: non mi risulta nemmeno che sia citata negli apocrifi. Quello della “donna che allatta” o “donna con bambino” è un personaggio tipico dei presepi napoletani, e la tradizione popolare le ha attribuito questa storia: Stefania è una donna sterile (o una zitella) che usa uno stratagemma per raggiungere la grotta in cui non veniva fatta entrare. Ed alla fine, per miracolo… diventa inaspettatamente madre.

La tradizione popolare l’ha battezzata Stefania, per sottolineare il fatto che la ragazza riesce ad arrivare da Gesù Bambino con un giorno di ritardo rispetto agli altri pastori di Betlemme: lo incontra nel giorno che noi definiamo “di Santo Stefano”, per l’appunto. Una variante della leggenda non dà nome alla madre ma assicura che il bambino nato miracolosamente, una volta cresciuto, si riunì felice agli apostoli di Cristo: e divenne il primo martire. Stefano.

stefano zaramella

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